venerdì 1 aprile 2022

Severino Della Mea, l'anima del rifugio Grego

Severino Della Mea
(foto tratta da Alpinismo Triestino luglio-agosto 1997)
Severino Della Mea era l'anima del rifugio Grego. Nato nel 1919 in Val Raccolana, era un montanaro per nascita e per passione. Non aveva mai pensato di allontanarsi dalle sue montagne e fin da giovane, aveva gestito i principali rifugi delle Giulie; per un certo periodo ne curò anche due contemporaneamente, assumendosi la responsabilità di tenere aperto il Grego assieme al Corsi e poi al Pellarini. La sua forza era la famiglia, ed in particolare la moglie, alla quale era attaccatissimo. Insieme salivano in quota anche in condizioni proibitive per fare ciò che ci si aspetterebbe da un rifugio e che oggi viene così spesso disatteso, ovvero offrire accoglienza e riparo ai frequentatori della montagna. Tra le varie gestioni la più lunga fu quella del Grego, diventato il "suo" rifugio, dal 1950 al 1996. Ben 46 anni trascorsi tra quei monti, con grandi difficoltà, dato che all'interno dell'edificio non c'era l'acqua, che lui portava con i secchi dalla fonte vicina, non c'era posto sufficiente per tutti gli ospiti che arrivavano numerosissimi dal fondovalle, non aveva una cucina attrezzata e si doveva arrangiare con lo spargher a legna. Ma Severino amava profondamente quel posto ed anche d'inverno lo apriva, nei fine settimana, perché sapeva che sarebbe arrivato sempre qualcuno: il sentiero dalla Val Saisera è ripido ma non troppo lungo, i monti attorno al rifugio sono piuttosto facili, il panorama sulla grande e possente parete Nord del Montasio fantastico, un insieme ideale per un'escursione anche fuori stagione. 
Siamo stati tante volte a trovare Severino, ed abbiamo trascorso al rifugio anche alcuni giorni alla fine del 1975, con un freddo terribile e tantissima neve che aiutammo a togliere dal tetto perché pesava troppo. Quella volta Severino non era riuscito a battere il sentiero e, benché fossimo in parecchi, anche gli ultimi della fila sprofondavano fino alle ginocchia. Le stanze erano gelide e lui assegnò alle ragazze quelle sopra la cucina, dove saliva un po' di tepore. La vecchia stufa nella sala soggiorno era adibita ad asciugatoio e più di qualcuno finiva col bruciacchiare gli indumenti appesi tutt'attorno, la cucina era il posto più caldo, dove ci rifugiavamo a chiacchierare, di ritorno dalle escursioni giornaliere. Quando entravamo in rifugio, tutti fradici, Severino, imperturbabile, diceva sempre la solita frase: "Io faccio il tè", e dopo poco ce lo portava, fumante; la preparazione del cibo era in genere compito della moglie, ma anche lui, alle volte, ci si metteva, attorno al focolare, mescolando la polenta nel grande paiolo di ferro e raccontando tanti particolari della sua vita in montagna, mentre noi ascoltavamo seduti sulla vecchia panca. Quell'inverno imparammo a conoscerlo meglio e ci affezionammo ancor più ad entrambi. Pochi mesi dopo, salimmo al rifugio dopo il terremoto, e li trovammo lì; ci corsero incontro piangendo: avevano trovato un riparo dalla distruzione che aveva colpito il Friuli ed Artegna, il paese dove abitavano. Restammo a lungo con loro, che si sfogarono raccontandoci quello che era accaduto e gli effetti devastanti delle scosse che continuavano a succedersi, senza dar pace alla gente stremata. Allora il Grego, fino all'autunno, divenne la loro casa, dove, a contatto con la natura e con le persone che comunque vi arrivavano, lenirono un po' il dolore. 
Siamo saliti molte altre volte al rifugio e poi, dal 1996, molto meno. Severino aveva incarnato l'anima di quella capanna nel bosco che, senza di lui, era diventata un edificio qualsiasi, pur in un luogo stupendo, di cui, improvvisamente, vedevamo ogni carenza. 

(Severino Della Mea, 1919-1997)

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